Grano duro, prezzi alla produzione a 160 euro/tonnellata

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Grano duro, prezzi alla produzione a 160 euro/tonnellata

E’ quanto spunta un cerealicoltore in Sicilia, dove la situazione è drammatica. Mentre in Puglia la Cia lancia il Distretto del grano

Al Sud c’è ancora molto da fare per ridare ossigeno ai cerealicoltori colpiti dalla crisi dei prezzi del grano duro.
I contratti di filiera e le assicurazioni sperimentali sugli eccessi di ribassodei prezzi di mercato, gli strumenti messi a disposizione dal Governo, da soli non bastano a fronteggiare quella che anche quest’anno, con l’approssimarsi della stagione della mietitura, si annuncia come un’estate improntata al ribasso dei prezzi.
E si moltiplicano le iniziative delle organizzazioni agricole per cercare di affrontare il problema con un approccio di bottom up: dalla costituzione delle Op cerealicole in Sicilia, dove è al lavoro la Coldiretti, alla proposta di creazione di un Distretto del grano in Puglia, lanciata dalla Cia a Foggia.

Intanto le quotazioni del grano duro all’ingrosso: alla Borsa merci di Foggiaquello fino il 19 aprile 2017 è stato fissato a 190,00 (min.) – 195,00 (max.) euro alla tonnellata. Prezzi poco più alti per il grano duro buono mercantilea Catania, dove alla Borsa merci lo scorso 10 aprile veniva fissato il prezzo medio di 199,00 euro alla tonnellata.
Ma questi prezzi, pur bassi, sono ben lontani da quelli che finiscono nelle tasche degli agricoltori.

Massimo Primavera, direttore della Coldiretti a Caltanissetta riferisce oggi, 2 maggio 2017, ad AgroNotizie“Il nostro grano duro fino, con un tenore in proteine minimo del 12,5% viene ceduto dagli agricoltori ai mediatori a 15-16 centesimi al chilogrammo. Stiamo parlando, quando va bene, di 160 euro la tonnellata, siamo ormai sotto la linea dei costi di produzione, mentre la rendita parassitaria dei mediatori che compravendono il grano è elevatissima e, soprattutto, voglio dirlo, sono questi i prezzi praticati sul grano ancora da mietere”.

Oggi il differenziale tra il prezzo medio all’ingrosso di Catania e il prezzo massimo pagato o promesso ai produttori è di 39 euro la tonnellata e finisce nelle tasche dei mediatori.
Il prezzo del grano duro incorpora però anche i numerosi ritardi della Sicilia anche sul fronte dell’organizzazione della produzione primaria: “Manca aggregazione dell’offerta, non abbiamo organizzazioni di produttori e quindinon disponiamo ancora di uno strumento per contrattare direttamente con il mondo dell’industria molitoria e pastaia – afferma Primavera, che ricorda –  stiamo costruendo aggregazione tra i produttori di grano e siamo partiti con degli esperimenti di vendita diretta e filiera chiusa per la panificazione, ma è ancora troppo poco, intanto gli sbarchi di grano duro dal Canada e dall’Ucraina continuano incessanti al porto di Pozzallo”.

Sui contratti di filiera Primavera è scettico: “Si basano comunque sui mercuriali, con quotazioni in continua discesa da soli non bastano, si deve ancorare il prezzo alla qualità del prodotto nazionale e in particolare siciliano”.

“La costituzione di un Distretto del grano potrebbe rappresentare una svolta per il settore cerealicolo e aprire una nuova era. Instaurare unacollaborazione fattiva tra le associazioni di produttori, le organizzazioni agricole e la parte industriale consentirebbe di programmare mensilmente i quantitativi e stabilire un prezzo su base semestrale“.
Lo ha affermato il presidente della Cia Foggia Michele Ferrandino in apertura dei lavori del convegno “Tradizione e innovazione per l’agricoltura del futuro: il grano duro di Puglia”, organizzato dalla Cia Puglia in collaborazione con il Crea, il Centro di ricerca per la cerealicoltura, l’Ordine dei dottori agronomi e forestali della provincia di Foggia e l’assessorato all’Agricoltura della Regione Puglia, nell’ambito della 68esima Fiera internazionale dell’agricoltura di Foggia.

“Il momento è delicato. Con questo prezzo e a queste condizioni, alla vigilia della campagna, non si garantisce reddito agli agricoltori che piombano nello sconforto” ha proseguito Ferrandino.
“Non vorrei che questa coltura facesse la fine della barbabietola, perché la Capitanata resta il più grande granaio d’Italia: a livello nazionale, ma soprattutto europeo, la politica ha il dovere di intervenire. Non possiamo farci la guerra tra produttori e pastai. Piuttosto, dobbiamo attivare nuove forme di collaborazione: senza aggregazione non si va da nessuna parte”.

 

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